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Associazione di tipo mafioso ed associazione per delinquere – Corte di cassazione penale

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SENTENZA

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Associazione di tipo mafioso ed associazione per delinquere

Pubblicata da:
Redazione


Corte di cassazione penale

sentenza 8651/09 del
26/02/2009

L’associazione di tipo mafioso si distingue dalla comune associazione per delinquere, come può rilevarsi dal semplice raffronto testuale fra le due norme incriminatrici (a cominciare dalla rispettiva rubrica, la prima delle quali è priva, non a caso, a differenza della seconda, dell’inciso “per delinquere”), anche per il fatto che essa non è necessariamente diretta alla commissione di delitti – pur potendo, questi, ovviamente, rappresentare lo strumento attraverso il quale gli associati perseguono i loro scopi – ma può anche essere diretta a realizzare, sempre con l’avvalersi della particolare forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omerta’ che ne deriva, taluno degli altri obiettivi indicati dall’art. 416 bis cod. pen., fra i quali anche quello, assai generico, costituito dalla realizzazione di “profitti e vantaggi ingiusti per sè o per altri”; per cui, mentre non può parlarsi di associazione per delinquere ordinaria quando gli associati abbiano come scopo esclusivo la commissione non di un numero indeterminato di delitti, ma solo di uno o più delitti previamente individuati, nulla vieta la configurabilità, invece, del reato di associazione di tipo mafioso quando gli associati, pur essendosi dati un programma che, quanto a fini specificamente delittuosi, presenti le stesse limitazioni dianzi indicate, siano tuttavia mossi da altre concorrenti finalità comprese fra quelle previste dalla norma incriminatrice e comunque adottino, per la realizzazione di quel programma e delle altre eventuali finalità, i particolari metodi descritti dalla stessa norma.

Per approfondimenti:

-De Filippis, Gli elementi essenziali per la configurabilità del reato di …

-Gioia, Terrorismo internazionale: reati ex art 270bis cp ipotesi di delitto

Cassazione  penale Sez. I, (ud. 18-02-2009) 26-02-2009, n. 8651

…omissis…

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Il Tribunale, investito dalla istanza di riesame del solo indagato, che aveva chiesto l’annullamento della ordinanza cautelare per carenza dei gravi indizi di colpevolezza, dopo avere premesso “solo per amore dell’arte, in assenza di appello del pubblico ministero che non consentiva la reformatio in peius neppure in sede cautelare” che V.L. era un partecipante storico del clan dei casalesi, già condannato per partecipazione al suddetto sodalizio e più reati fine, fra cui estorsioni ed omicidi commessi nell’interesse nel clan, per cui doveva essere considerato, quale stipendiato, ancora partecipante al clan, come dichiarato anche dai collaboratori che avevano descritto la fervida attività degli associati, pur se detenuti, ha ritenuto comunque la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza del V. anche in ordine al concorrente reato di ricettazione aggravato del D.L. n. 152 del 1991, ex art. 7, poichè aveva ricevuto direttamente o tramite i familiari, attraverso lo stipendio, i proventi delle attività associative del clan dei casalesi la cui persistenza era ormai storicizzata e dimostrata anche da numerosi giudicati penali, oltre che dalla documentazione sequestrata da ultimo presso S.V. in relazione alle attività criminali del clan ed al contestuale pagamento degli stipendi agli associati.

Il Tribunale ha sottolineato che il suo nominativo ” (OMISSIS)” (cocchiere era il soprannome del V. alla stregua delle indagini e delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia), con stipendio pari a 8.500 Euro, era inserito nella documentazione in sequestro; che inoltre V. (come dichiarato in particolare da S.C.) era stato riassorbito nel clan dei casalesi, insieme al suo manipolo di fidati, benchè fosse stato uno dei promotori della scissione interna dopo l’omicidio D.F., per il suo carisma criminale e per il timore di un suo pentimento, il che giustificava lo stipendio per sè e per la sua banda durante la detenzione; che era provato attraverso diversi giudicati che era uno dei componenti storici del clan, come confermato da vari collaboratori di giustizia anche in epoca recente; che infine i collaboratori D.L. (che lo conosceva direttamente) e T.C., Pa.Ma. e D.G.P. (che lo conoscevano di nome e di soprannome e per quanto commesso) avevano riferito, oltre alle sue gesta, che percepiva, almeno fino al (OMISSIS), uno stipendio fisso per sè ed una quota per i componenti della sua banda familiare. Ha proposto ricorso per cassazione la difesa del V. per violazione dell’art. 648 c.p. e del D.L. n. 152 del 1991, art. 5 lamentando con unico motivo:

– il provvedimento impugnato aveva lapidariamente liquidato qualsiasi ipotesi di inutilizzabilità della documentazione in sequestro e ritenuto nel contempo la corretta applicazione del paradigma criminoso di cui all’art. 648 c.p., trascurando che il legislatore aveva espressamente previsto e regolamentato, attraverso gli artt. 359 e 360 c.p.p., gli accertamenti tecnici del pubblico ministero ed omettendo di fornire spiegazione in merito alla illecita provenienza delle somme che, secondo la documentazione rinvenuta, sarebbero state erogate dal sodalizio criminoso in favore di ciascun affiliato, oltre che la doverosa prova che fossero state effettivamente erogate al ricorrente ovvero ai suoi familiari;

– il provvedimento del GIP, escludendo la perdurante partecipazione attiva del ricorrente al sodalizio criminoso durante la sua carcerazione, aveva minato alla radice l’impianto accusatorio anche in relazione al reato di ricettazione e di ciò il provvedimento impugnato non aveva dato conto così come non aveva dato conto del fatto che i propalanti Ab., D.T., L.T., D’. e D.A. avevano escluso che il V. fosse destinatario di somme e che inoltre i collaboranti T., Pa. e D.G. non avevano neppure riconosciuto il V. nell’immagine proposta loro dagli inquirenti.

Il ricorso è manifestamente infondato.

In primo luogo è generica la eccezione di inutilizzabilità della documentazione cartacea ed informatica, quest’ultima estratta dalla polizia giudiziaria dal computer in sequestro, poichè non indica sotto quale profilo si tratterebbe di accertamento tecnico non ripetibile o comunque ripetibile, posto che si tratta di documentazione cartacea che non necessita di alcun accertamento tecnico o comunque di stampa di file da una copia del back up che non integra alcun accertamento tecnico, così come non integra un accertamento tecnico la fotocopiatura o la scannerizzazione di un documento.

La prova della provenienza illecita delle somme distribuite ai sodali stipendiati è insita nella documentazione sequestrata che riguardava congiuntamente la acquisizione della provvista dalle estorsioni e dai giochi d’azzardo e la distribuzione degli stipendi agli associati.

Premesso che la ricettazione ed il riciclaggio esistono anche se non vengono identificati fattualmente tutti gli elementi costitutivi del reato presupposto, come ad esempio la data di commissione, potendo all’uopo sopperire le prove logiche e che non è neppure necessario che il reato presupposto sia stato accertato giudizialmente, per configurare la ricettazione o il riciclaggio non occorre quindi, nella specie, la prova dei reati fini della associazione da cui specificamente proviene la provvista per gli stipendi o altri pagamenti, poichè il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. sussiste anche allorchè lo scopo dell’associazione è quello di trarre vantaggi o profitti da attività di per sè lecite (ad esempio gestione di attività economiche, acquisizione di appalti pubblici), purchè lo stesso sia perseguito con metodo mafioso, quale l’uso della forza intimidatrice della associazione, l’assoggettamento delle persone con tale timore, l’imposizione di atteggiamento omertoso (v.

Cass. sez. 1 n. 4714 del 1996, rv. 204550; rv. 198576; rv. 198576;

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rv. 231967). E’ cioè possibile ed anzi usuale che la associazione mafiosa abbia fra i suoi scopi anche il perseguimento di attività di per sè formalmente lecite, conseguite attraverso il metodo mafioso che imponga, ad esempio, il monopolio di soggetti mafiosi in un certo settore attraverso la desistenza di eventuali concorrenti (v. Cass. sez. 6 n. 1793 del 1994, rv. 198576); il che determina che sia la stessa associazione mafiosa a creare proventi caratterizzati dal metodo mafioso, senza necessità della commissione di altri diversi reati da qualificare come fine della associazione.

Costituisce infatti un principio giurisprudenziale ormai consolidato quello per cui l’associazione di tipo mafioso si distingue dalla comune associazione per delinquere, come può rilevarsi dal semplice raffronto testuale fra le due norme incriminatrici (a cominciare dalla rispettiva rubrica, la prima delle quali è priva, non a caso, a differenza della seconda, dell’inciso “per delinquere”), anche per il fatto che essa non è necessariamente diretta alla commissione di delitti – pur potendo, questi, ovviamente, rappresentare lo strumento attraverso il quale gli associati perseguono i loro scopi – ma può anche essere diretta a realizzare, sempre con l’avvalersi della particolare forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, taluno degli altri obiettivi indicati dall’art. 416 bis cod. pen., fra i quali anche quello, assai generico, costituito dalla realizzazione di “profitti e vantaggi ingiusti per sè o per altri”; per cui, mentre non può parlarsi di associazione per delinquere ordinaria quando gli associati abbiano come scopo esclusivo la commissione non di un numero indeterminato di delitti, ma solo di uno o più delitti previamente individuati, nulla vieta la configurabilità, invece, del reato di associazione di tipo mafioso quando gli associati, pur essendosi dati un programma che, quanto a fini specificamente delittuosi, presenti le stesse limitazioni dianzi indicate, siano tuttavia mossi da altre concorrenti finalità comprese fra quelle previste dalla norma incriminatrice e comunque adottino, per la realizzazione di quel programma e delle altre eventuali finalità, i particolari metodi descritti dalla stessa norma (v., per tutte, Cass. sez. 1 n. 5405 del 2000, rv. 218089). E di ciò si ha riprova anche nella L. 24 luglio 2008, n. 125, art. 12 ter (cd. pacchetto sicurezza), che ha introdotto il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 76, comma 4 bis (per cui per i soggetti già condannati con sentenza definitiva per i reati di cui all’art. 416 bis c.p. ….nonchè per i reati commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto art. 416 bis c.p. ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso art., ai soli fini del presente decreto, il reddito si presume superiore ai limiti previsti), che esclude dal patrocinio a spese dello stato il condannato anche soltanto per associazione mafiosa, sul chiaro presupposto che tale reato possa produrre ex se lucrosi proventi, indipendentemente dai reati fine della associazione.

Escluso quindi che occorra la prova di specifici reati fine, al fine di sostenere la ricettazione delle somme destinate al pagamento degli stipendi dei collaboratori del clan mafioso, il rinvenimento, fra la documentazione in sequestro, dell’esercizio di attività mafiose e del pagamento degli stipendi con i proventi di quell’attività giustifica la ricettazione da parte dei percipienti degli stipendi che, in quanto incardinati nel clan da cui ricevevano stipendi in forma continuativa, anche quando erano detenuti ed anche al fine di retribuire il solo silenzio, erano a conoscenza delle provenienza illecita dei fondi con cui venivano retribuiti.

La prova della corresponsione dello stipendio al V. ed alla sua banda risulta, poi, oltre che dalla documentazione cartacea ed informatica, anche dalle dichiarazioni di diversi collaboratori, che ne hanno indicato la precisa entità (2.000 Euro per V. ed altre quote per i componenti del suo gruppo), mentre la circostanza che riguardava anche la sua banda familiare dimostra che lo stipendio poteva essere corrisposto a parenti liberi che erano cointeressati.

Non è vero infine che il Tribunale non abbia preso in esame la esclusione da parte del GIP della persistenza della partecipazione al V. al sodalizio criminoso, poichè sul punto il Tribunale ha espressamente motivato il suo dissenso dalla decisione del GIP ed ha indicato espressamente pure le ragioni per cui alcuni collaboratori non avevano riconosciuto il V. in fotografia, considerato che, appartenendo ad altri gruppi, non lo conoscevano di persona bensì soltanto di nome e di soprannome, ma anche per quanto riguardava le divisioni dei proventi delle attività criminose e la divisione dei proventi del clan agli stipendiati.

Il ricorso deve essere pertanto dichiarato inammissibile perchè manifestamente infondato sotto tutti i profili addotti.

Alla dichiarata inammissibilità del ricorso seguono per legge le ulteriori statuizioni indicate nel dispositivo (art. 616 c.p.p.).

La cancelleria provvedere all’adempimento previsto dall’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, oltre che al versamento della somma di 1.000,00 Euro alla Cassa delle Ammende. Dispone trasmettersi, a cura della cancelleria, copia del presente provvedimento al direttore dell’istituto penitenziario ai sensi dell’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

Così deciso in Roma, il 18 febbraio 2009.

Depositato in Cancelleria il 26 febbraio 2009

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